Sapere condiviso. Microparassiti e macroparassiti nella storia di Messina

Il testo della lezione che il professor Peppino Restifo ha tenuto a piazza Antonello la mattina del 29 ottobre nell’ambito delle “lezioni all’aperto ” del movimento studentesco 2008

Era d’ottobre, come adesso, e 661 anni fa, nel 1347, a poca distanza da piazza Antonello, alla banchina del porto attraccavano dodici galee genovesi. Quelle navi venivano da Caffa, nel Mar Nero, ma non portavano solo spezie e preziose sete: da quei vascelli sbarcò anche la peste nera a Messina, primo porto del Mediterraneo ad essere colpito dal flagello. Al di là dell’immaginario e della letteratura – la peste a Firenze nel 1348 è la causa scatenante del “Decamerone” di Boccaccio – possiamo poggiare su quella data per rivedere la storia alla luce del rapporto di questa particolare comunità umana dello Stretto con i microparassiti e con i macroparassiti.

I primi li possiamo distinguere fra visibili e invisibili, all’occhio umano. Insetti e topi, ad esempio, li vediamo in competizione con la comunità umana nel sottrarle cibo, in una sfida continua cui debbono rispondere questa città d’accesso alla Sicilia ed il proprio ecosistema urbano: c’erano prima del 1347 e ci sono ancora nel 2008.

Ma con la seta, la lana e le spezie del 1347 viaggiavano non solo topi e insetti “extracomunitari”, in particolare pulci: c’erano anche microrganismi in grado di aggredire il corpo umano in forma più subdola e letale, infiltrandosi nella carne e nel sangue e nutrendosene, ad esempio il bacillo “Yersinia pestis”. Questa nera signora, invisibile all’occhio umano, tornerà a Messina a più riprese, fino al 1743. Ogni volta è una morìa; nel 1575 tocca a un personaggio illustre, Francesco Maurolico, soccombere.

Nel Mediterraneo che bagnava Messina si crea un unico serbatoio di contagio.

L’unificazione microbica del Mediterraneo e del mondo è il frutto della omogeneizzazione della componente microscopica degli ecosistemi urbani e si può dire abbia persino un’accezione positiva: solo una valida civiltà urbana può alimentare il contagio, facendo digerire i corpi dei cittadini dai microrganismi, sicura che li potrà sostituire con la propria capacità di attrazione con flussi di sempre nuovi immigrati “carne fresca”.

Le conseguenze sociali di tutto questo, sul piano storico, sono numerose e, a questo punto, possiamo introdurre il termine macroparassitismo. In prima battuta dobbiamo escludere la possibilità che ci siano macropredatori animali in grado di uccidere e divorare regolarmente esseri umani. Questi si sono posti al vertice della catena alimentare e per tutta l’età moderna non sembra vogliano rinunciare al trono del sistema del “magna-magna”. Vi è tuttavia un significato metaforico: quando un uomo o un gruppo di uomini si impadronisce dei beni – non solo alimentari – di altri esseri umani o li costringe a servire, agisce come una specie aliena di macroparassiti, e quindi si può dare questa definizione per analogia.

La proposta metodologica che si vuole suggerire per una rilettura della storia di lunga durata – facciamo, per esempio, 1347-2008 – è di assumere tale prospettiva, individuando i soggetti “giusti” e collocandoli nei rispettivi contesti storici. Si può proporre di applicare il termine macroparassitismo ai rapporti di sfruttamento tra classi sociali e tra gruppi di esseri umani.

Infine l’ultima questione riguarda la struttura entro cui questa ricerca si può condurre, se l’Università pubblica o altro; gli “attori” della ricerca medesima, se debbano essere “stabilizzati”, precari o del tutto marginali; i mezzi, non solo finanziari, ma anche strutturali, come archivi, biblioteche e “sitoteche”.

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